Rende, e facciamola una buona analisi (di Franco D’Ambrosio)

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di Franco D’Ambrosio

Perchè i cittadini di Rende hanno voluto cambiare cosi radicalmente la vita istituzionale della Città?

Ora, se ragioniamo con obiettività, non c’è città o cittadina del Mezzogiorno d’Italia che ha le caratteristiche di Rende; strade, servizi, scuole, sanità, verde, pulizia, opportunità di lavoro.
E’ una cittadina ricca sia per reddito pro-capite, sia di iniziative e realizzazioni.
La qualità della vita si misura con strumenti non discrezionali, se a prevalere sono le evidenze, le oggettività.
Ovvio, la politica vive anche di strumentalità e di equilibri che portano spesso a non poter riconoscere le qualità, ritenendo che per fare opposizione occorra dire sempre che tutto è negativo.
Vive di questo la politica.
Ma il cittadino no, non vive in questi recinti e poco o punto gli interessano gli equilibri, le strumentalizzazioni, le dinamiche che invece condizionano la vita della politica.

Eppure, i Rendesi hanno deciso di cambiare e dal mio punto di osservazione hanno deciso costretti da quel che il “mercato della politica” offriva.

Si sono serviti della candidatura di Marcello Manna per dire cosa?

Che la città era sporca, le scuole non funzionavano, le luci erano spente, i parchi, i giardini, i musei, la qualità della vita di colpo erano svaniti nel nulla?

Davvero si pensa che ha vinto Manna o quella multiforme, informe, tenebrosa cordata che lo ha sostenuto? No. Siamo seri, per favore.

Hanno detto no ad un INSOPPORTABILE SISTEMA ed ad una classe dirigente ormai ARROGANTE, SPREZZANTE, CONSUMATA, EROSA DALLA SUA STESSA FORZA.

Già nel 1999, con la “rivolta” di Franco Casciaro si era giunti quasi al CAPOLINEA e se non fosse stato per “qualcuno” o “qualcosa” già allora il segnale era stato INEQUIVOCABILE.

Ed una classe dirigente umile, accorta, lucida avrebbe dovuto cambiare registro, aprire, aprirsi, spalancare le porte per fare entrare, nell’epopea più longeva ed istruttiva, un’aria nuova che avrebbe preservato la “cittadella riformista” e l’avrebbe messa al riparo dal NULLA che poi se ne è impossessata.

Ed invece quella classe dirigente impose un altro sindaco (Umberto Bernaudo) che partiva da un gradimento basso, ma seppe resistere ed imporsi. E stava facendo bene, diciamolo.
Io non sono mai stato tenero con Bernaudo, ma riconosco che, al netto di certe depravazioni, come quella che si è consumata nel settore dei Lavori pubblici e delle manutenzioni, ha svolto un lavoro intelligente, proficuo.
Ma anche Bernaudo è stato cacciato, sostituito, come è accaduto a Portone, De Rango Raffaele, Antonietta Feola, Franco Casciaro perchè a Rende il Sindaco doveva durare cinque anni, cinque e basta, sia che lavorava bene sia che fallisse.

Ritorniamo a bomba.

I Rendesi non hanno giudicato negativa la situazione cittadina, hanno manifestato concretamente il DISPREZZO per una CASTA che si era impossessata di ogni spazio ed ha soffocato la Città.

Sfido chiunque a dire il contrario. Glisso sul biennio CAVALCANTI.

Principe e il “pentito” Cavalcanti

Quella è la data e la vicenda che hanno irreversibilmente compromesso il rapporto di fiducia con la Città.
Una scelta non giusta, estranea, debole, fragile, imposta.
Il giudizio non riguarda la persona, ma la sostanza politica di un’altra grande verità.
Lì si è rotto l’incantesimo e coloro che l’hanno imposta, e sono due persone/due, hanno sulla coscienza questo errore e la vittoria di Marcello Manna.

Ed a chi si è sforzato di indicare altre proposte (io, ad esempio) è stato fatto capire di non ROMPERE LE PALLE, di rimanere in silenzio.

I rendesi hanno buona memoria, sempre, e sanno distinguere, sia quando decidono in un senso o nell’altro. Osservo che la Città è smarrita, grigia, non si ritrova più nei luoghi e con la disponibilità di sempre. I cittadini vivono questa fase con recriminazione e sgomento, ma non sono disposti a ritornare al VECCHIO. E per VECCHIO intendo ai vecchi riti, ai bizantinismi, all’arroganza, alle commistioni, al già visto.

Ed invece da parte degli oppositori, soprattutto quelli che hanno governato il periodo più lungo, vengono segnali deboli, una scarsa capacità di elevare il livello dello scontro, preferendo un lavorio fatto di inciuci, incroci, appunto sostenuti da riti e metodi che non ritorneranno a governare la politica.

Chi vuole capire, capisce e chi vuole andare al definitivo MACELLO, vada pure, si accomodi che la Città ormai ha rotto l’incantesimo.

Per vincere ci vogliono argomenti, prove, fatti concreti, persone credibili, che sappiano intercettare la memoria e seguire il futuro. L’ho già scritto anche all’epoca della candidatura di Vittorio Cavalcanti: ci sono le energie, gli argomenti, le credenziali ed il materiale adeguati.

Ci vogliono ragionamenti aperti, capacità di interpretare quel che si muove, dire No e SI. Osservo, invece, un dipinto falso, un falso d’autore, un voler testardamente imporre ancora, imporsi di nuovo. E non sarà così che si potrà osare di vincere.

Vedremo, ma già ora rileviamo una falsa partenza.