Riace: da paese dell’accoglienza a centro di smistamento – seconda e ultima parte –

Domenico Lucano, sindaco di Riace, da tempo si occupa di accoglienza. Il suo paese è diventato un simbolo di questa pratica. In 15 anni il paese ha accolto poco meno di 8.000 profughi. Ed è questo il punto che vogliamo analizzare, senza mettere minimamente in dubbio la buona fede del sindaco.

Del resto, analizzare le cifre non prevede necessariamente la messa in discussione dell’azione delle associazioni che operano nel paesino. Il nostro è solo un modo per capire come funzionano questi programmi e se l’integrazione (o come preferite chiamarla) si realizza veramente o resta solo sulla carta.

Andiamo per ordine.

Che cos’è lo Sprar e quali sono le mansioni che gli operatori devono svolgere nei confronti dei profughi? Il progetto SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) è finanziato dal Ministero dell’Interno tramite il Fondo Nazionale per le Politiche ed i Servizi dell’Asilo e prevede l’accoglienza e la tutela dei richiedenti asilo, dei rifugiati e dei migranti che sono soggetti ad altre forme di protezione umanitaria.

SPRAR

I servizi di accoglienza comprendono: l’inserimento in strutture di piccole dimensioni; l’erogazione di buoni spesa per il vitto; l’orientamento ai servizi del territorio; il supporto di un mediatore linguistico; la facilitazione nell’accesso ai servizi socio-sanitari ed educativi (corsi di italiano per gli adulti, inserimento scolastico per minori).

I servizi di integrazione riguardano: l’orientamento al lavoro; l’inserimento in corsi di formazione; di riqualificazione professionale; un supporto nella ricerca lavoro e casa. I servizi di tutela legale supportano il beneficiario nella procedura di richiesta di protezione internazionale, mentre i servizi di tutela psico-sociale facilitano l’accesso ai servizi socio-sanitari specialistici e un supporto entopsicologico/psichiatrico. Un bel po’ di roba da leggere. Tutte “pratiche necessarie” per rendere il migrante edotto delle regole del paese che li ospita, e dei doveri e dei diritti di cui gode.

Questo programma si rende necessario perché in base alla convenzione di Dublino il migrante può fare richiesta e risiedere solo nel paese dove è approdato, o sbarcato. Non può andare da nessuna altra parte. Ecco perché il programma è completo: bisogna trovargli un lavoro e una casa. Perché devono restare dove sono sbarcati. E per queste voci spesso esistono altri finanziamenti, oltre a quelli del mantenimento.

corsi italiano stranieri

Eppure a guardare questi programmi ci accorgiamo che non è così. E lo dicono i numeri: su ottomila migranti transitati a Riace quelli che hanno deciso di restare in paese sono meno di 10 nuclei familiari. Che cambiano quasi ogni anno. L’obiettivo per quasi tutti quelli che vengono accolti a Riace, e non solo, è quello di conseguire i documenti e scappare altrove: Germania, Svezia, Inghilterra, Francia, e qualcuno anche nel nord dell’Italia.

Una specie di sosta “forzata” in attesa di ripartire di nuovo. Così viene percepito Riace dai profughi. Una specie di scalo, in attesa del nuovo “volo”. Ovviamente calcolando tutti i rischi che questo altro viaggio comporta. Perché i migranti che vengono beccati in altri paesi europei, con il “visto” dello stato italiano, vengono rimandati di nuovo indietro nello stato dove sono sbarcarti.

Anche se esistono alcuni trucchi per restare. Quali ad esempio i tre mesi di “studio” o di “turismo”, e dopo si affronta di nuovo la clandestinità con la speranza che il nuovo paese gli permetta di restare dotandoli di un nuovo documento. Scappano da Riace perché, parliamoci chiaro, cosa fai lì? Non esiste lavoro, se non quel poco che il sindaco riesce a trovare attraverso qualche borsa lavoro. E’ impossibile pensare a costruirsi una famiglia in un luogo che per quanto bello e accogliente sia, non permette di fare quello che più di ogni altra cosa aspirano i migranti: rifarsi una vita. Diventare autonomi e vivere del proprio lavoro. E non di assistenza. Che è l’unico “reddito” a cui possono fare affidamento, a Riace, i profughi.

Perché, finito il programma di inserimento, generalmente dura 12 mesi, e con esso anche il pagamento della retta di mantenimento, finisce anche l’accoglienza.

Allora ci domandiamo: che fine fanno dopo, queste persone, quando lo stato smette di pagargli l’accoglienza? Difficile a dirsi. Ogni traccia si perde, e ritrovarli è pressoché impossibile. Ci chiediamo, appreso questo, se quello che avviene a Riace e in tutti gli altri centri Sprar può definirsi accoglienza e integrazione.

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Forse nella prima fase si può parlare di accoglienza, ma di integrazione francamente neanche l’ombra. E la mancata integrazione si legge bene nei numeri: non resta nessuno. Capiamo lo spirito e la sincerità del sindaco Lucano quando promuove la sua esperienza. Ma non risulta veritiera quando parla di paese multietnico. Se per multietnico intendiamo una comunità al cui interno si mescolano più etnie e culture.

Questo avviene, a Riace, ma non certo in maniere “stabile”. E’ la continuità di arrivi che permette questo. Ogni sbarco arriva gente nuova con esperienze nuove, diverse, o uguali da quelli che li hanno preceduti. In poche parole, “l’integrato” di oggi, non è né quello di ieri, né sarà quello di domani.

Così è difficile programmare una comunità in chiave multietnica. Più che integrazione e accoglienza, forse sarebbe il caso di parlare di punti di ricezione e smistamento. Una specie di piattaforma logistica, come quelle degli scali ferroviari o aeroportuali, dove passato il tempo necessario per le pratiche burocratiche, si riprende il viaggio.

Ecco, a noi ci pare questo. Al netto delle buone intenzioni degli operatori. E poi, per finire, non capiamo come mai ogni volta che incrociamo questi progetti la cosa più difficile è quella di sapere costi e spese di gestione. E’ vero che non si ha l’obbligo di pubblicare i bilanci, ma pensiamo che quando si parla di solidarietà, come fanno i centri Sprar, la prima cosa da mostrare agli altri è la propria trasparenza sia nei bilanci, che nell’azione di tutti i giorni.

GdD

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