Roberta vive tra noi

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Questa mattina abbiamo aperto Iacchite’ ricordando doverosamente il 28° anniversario della scomparsa di Roberta Lanzino. La sua morte ha segnato per sempre noi cosentini. E’ stato uno dei delitti più orribili della storia di Cosenza, per molti versi simile a quello di Denis Bergamini. Due “Cold Case” che significano una sola cosa: gli assassini sono persone importanti e non si possono perseguire. Ma anche la consapevolezza che nessuna tragedia può e deve rimanere inutile. Come ci insegnano i genitori di Roberta. 

“Quel 26 Luglio 1988”

di Franco e Matilde Lanzino

(pubblicata dalla pagina FB Cosenza 2.0)

“Roberta Lanzino ha 19 anni, Quando, sulla strada per il mare, dove si sta recando, in motorino, seguita a breve distanza dai genitori che si fermano per brevi soste impreviste, viene selvaggiamente aggredita, seviziata, violentata e uccisa. La sua giovane vita viene spezzata, così, all’improvviso e casualmente.

Una semplice, felice, solare, ragazza, muore, barbaramente muore, per la sola “colpa” di essere donna. Una ragazza, una possibile figlia di ogni mamma e di ogni papà.
Concluso brillantemente il primo anno di vita universitaria, si preparava a vivere la spensierata felicità di una estate al mare, in attesa di una nuova esperienza che l’attendeva a Settembre, in un Campus sindacale.
Settembre che per lei non arriverà mai.
Arriva invece la mano assassina degli stupratori.

Roberta muore, per un taglio alla gola: le spalline, conficcate nella bocca, certo per attutire il suo urlo di dolore; almeno cinquanta ferite e una caviglia slogata: il suo vano tentativo di sfuggire alla furia delle bestie umane.

E sul suo corpo, l’impronta biologica degli assassini, quel liquido seminale, testimonianza di una violenza connotata. Eppure lo Stato, ha assolto. Non per assenza di indizi, ma perché la scienza investigativa, che ha il compito di elevare alla dignità di prova gli indizi raccolti, si è dimostrata inadeguata, improfessionale, incapace, come apertamente dichiara la stessa sentenza di assoluzione.

La Storia di Roberta è questa. Ha camminato con noi, limpida, luminosa, bella, semplice, pulita. Ha seminato sana allegria.

Ci ha amato. La Fondazione “Roberta Lanzino” nata da quella tragedia, e voluta fortemente dai genitori, assume nel tempo significati sempre più decisi e simbolicamente forti. Prima è il desiderio di memoria, è la mano tesa alla collettività perché non dimentichi quel sacrificio; è la voglia di dare all’assurdità inspiegabile, un senso; alla morte, l’illusione della vita.
Poi diventa di più.

La certezza che quella tragedia non può rimanere patrimonio privato del singolo, perché essa appartiene alla coscienza di tutti. Il diritto alla Vita e alla Giustizia negato a Roberta, è il diritto alla Vita e alla Giustizia negato ad ogni Uomo e ad ogni Donna.

La morte di Roberta, non la prima nella Storia della Calabria, non certo la prima nella Storia delle Donne, ha rappresentato per la Regione, un punto di non ritorno: da lì, sono nate nuove consapevolezze e se oggi, anche in Calabria, si riesce a nominare la violenza alle donne e ai minori, lo si deve molto alla forza propulsiva di quella morte, che ha spinto in avanti la costruzione di una cultura del rispetto dei generi e dei deboli.

Roberta, così, vive tra noi, motore vivo di questa forza che vuole diffondere consapevolezza del diritto; vuole creare luoghi di solidarietà e di parola, per accogliere e sostenere.
E questo non è più solo desiderio di memoria, ma è molto di più.
E’ circolazione di pensiero. E’ ascolto e attenzione. E’ messaggio. E’ fatica. E’ amore. E’ testimonianza dolorosa, ma caparbia, che nessuna tragedia può rimanere inutile.”

(Franco e Matilde Lanzino)