Roma, 15 febbraio 2003: c’eravamo tutti (di Andrea Bevacqua)

di Andrea Bevacqua

A Roma il 15 febbraio 2003 c’eravamo tutti.

C’erano gli autonomi, i cattolici, i curdi, i pacifisti della prima ora, disobbedienti, sindacati. Quel giorno in molti avemmo l’impressione che la macchina della guerra forse si sarebbe potuta fermare. Infatti ovunque nel mondo si era manifestato: da Londra a Mosca, da Nuova Dehli a Tokyo, da San Francisco a New York.

Ovunque ci fosse una piazza, una strada, un vicolo dove marciare si parlò e si gridò pace! A Roma il primato della manifestazione più imponente, frutto anche di un movimento trasversale che trovava in Seattle e poi in Genova e Firenze la sua genesi. I mesi precedenti al conflitto in Iraq furono caratterizzati da assemblee, incontri spontanei, ovunque ci fosse uno spazio, una piazza, una sala non si faceva altro che approfondire i motivi inutili e inventati messi in campo dagli USA per attaccare l’Iraq.

Le città europee furono invase da fine dicembre da bandiere arcobaleno. Su tutti i balconi sventolavano bandiere della pace frutto di una campagna nazionale lanciata dai BEATI I COSTRUTTORI DI PACE.

Cosenza non si lasciò trovare impreparata, reduce dagli arresti dell’operazione NO GLOBAL del novembre del 2002. Il fermento di attivismo sembrò non arrestarsi minimamente e la manifestazione di Roma fu preceduta da una grande mobilitazione cittadina che portò più di tremila cittadini, studenti e lavoratori di tutta la provincia dal Comune alle Casermette dove un grande girotondo avvolse l’edificio.

Da segnalare anche la grande Marcia della Pace promossa a gennaio dal vescovo Agostino e che vide una grande partecipazione trasversale.

La partenza per Roma fu anticipata da una vigilia di prenotazione frenetica di pullman e treni. Qualsiasi mezzo fu preso d’assalto. Molti partirono da Vaglio Lise con il leggendario treno delle 22.30 diretto nella Capitale. La Digos per scongiurare l’assalto fece circolare la voce che i treni sarebbero stati bloccati e “i senza biglietto” sarebbero stati fatti scendere. Infatti Trenitalia su ordine del Governo Berlusconi non aveva per nulla facilitato la presenza massiccia di manifestanti e non aveva praticato nessuno sconto.

Ad oggi però non si hanno notizie di multe in quei due giorni, sicuramente tra i controllori scattò un tam tam sindacale per chiudere un occhio e portare tutti a Roma. E a Roma arrivammo tutte e tutti.

Il corteo da Ostiense si mosse due ore prima rispetto all’orario di inizio fissato per le 14 tanta era la gente che si accalcava nel Piazzale Partigiani. Il gruppo con il quale stavo io arrivò all’una a Termini e lì ci fermammo perché appena scesi dal treno eravamo già nella pancia di un corteo colorato fatto di mille rivoli. Non si capiva dove stava il percorso ufficiale, ovunque musica, famiglie, volantini, curdi con le foto A3 di Ochalan, suore, scout con le chitarre, kefye, bandiere arcobaleno. A fatica trovammo il percorso ufficiale.

Qualcuno aveva un orecchio alla radiolina per sentire i commenti ufficiali e le affluenze, i telefoni e i collegamenti erano saltati. Archeologia della comunicazione che farebbe ridere i nostri alunni e studenti. Comunque qualcuno azzardò a dire “Siamo Tre Milioni” ed in effetti nel gioco dei numeri (che ormai non si fa più) tanti eravamo. Anche la questura dovette ammettere che eravamo più di ottocentomila. Un numero enorme, una risposta al Governo Berlusconi complice di una guerra bastarda come tutte le guerre.

Dal grande palco di piazza San Giovanni il messaggio contro la guerra fu affidato a Scalfaro ed Ingrao.
Qualcuno quel giorno pensò davvero che la guerra potesse fermarsi.
Qualcuno dice che il Movimento di Seattle si era già concluso qualche mese prima con Firenze e Cosenza. Però quella manifestazione di Roma, quel 15 febbraio 2003 ci sta dentro perché rappresenta una grande sintesi di anime, idee, analisi.
Oggi cosa raccogliamo? Sicuramente non solo il ricordo.

Siamo nel deserto, fatichiamo a trovare unità nelle nostre lotte e rivendicazioni ma camminare e andare è l’unica possibilità che abbiamo per non cedere il passo a nuovi fascismi e populismi. Adelante abbiamo imparato a dire dal Referendum sull’Acqua Pubblica del 2011, Adelante diciamo oggi, ne abbiamo tutti bisogno!