S. Giovanni in Fiore e la ‘ndrangheta crotonese: il pentito e l’omicidio di Antonio Silletta

Non è un mistero che i tentacoli della ’ndrangheta crotonese sono andati a finire sulla montagna. La feroce criminalità crotonese ha da anni allargato i propri interessi ed è da tempo che la DDA di Catanzaro indaga su questo fenomeno.

San Giovanni in Fiore, ritenuta a lungo “isola felice”, è entrata così, a pieno titolo, nel mondo del malaffare. San Giovanni, per esempio, è stato per un periodo il rifugio prediletto e sicuro di Guirino Iona, sanguinario boss di Belvedere Spinello. E nei boschi di faggi che da Aprigliano risalgono fino al luogo in cui visse l’abate Gioacchino, vennero arrestati, nella notte tra il 3 e il 4 novembre del 2008, i due più temuti esponenti del “locale” mafioso di Cirò: Cataldo MarincolaSilvio Farao.

La Sila cosentina poi è stata pure utilizzata dalle cosche crotonesi per nascondere i corpi delle vittime della lupara bianca di Petilia Policastro, Rocca di Neto, Cotronei, Belvedere Spinello, Cutro, Papanice, Mesoraca e Cirò.

Le indagini concluse oggi con gli arresti dell’operazione “Six Towns”, del resto, hanno avuto inizio proprio partendo dagli omicidi. A partire da quello di Tommaso Misiano e Gaetano Benincasa, perpetrato a Rocca di Neto il 18 luglio 2008.

Tra le condotte contestate agli indagati, tra l’altro: gli omicidi di mafia commessi ai danni di Francesco Iona (1999) e Antonio Silletta (2006). Perpetrati con modalità particolarmente violente e sanguinose, è stato accertato dagli inquirenti che quei delitti sono maturati nell’ambito della stessa organizzazione (di cui Francesco Iona sarebbe stato figura di vertice), in esito a “regolamenti di conti” e dinamiche riconducibili alla gestione degli affari illeciti e alla scalata al controllo della “Locale”.

Ha dato grande impulso alle indagini il boss pentito Francesco Oliverio, già reggente del “Locale di Belvedere Spinello” e influente “capo” pure della zona sangiovannese.

Ha raccontato come si sviluppano gl’interessi mafiosi sull’altopiano. I summit con i “compari”, i latitanti nascosti tra le montagne e il “cimitero” delle lupare bianche. È stato lui stesso a raccontarlo ai magistrati della DDA di Catanzaro. Il suo potere –”benedetto” dal “crimine” di Cirò – s’allungava sino alla città più popolosa dell’Altopiano, alla sue contrade, alle località turistiche. Oliverio era pure il “capo” della ‘ndrina di Seregno, in Lombardia, come ha svelato ai Pm parlando dei summit tenuti in “Padania”.

Antonio Silletta era un macellaio di San Giovanni in Fiore di 36 anni trovato carbonizzato tra gli abeti austeri nel gennaio 2007. Era scomparso da una ventina di giorni, lo avevano cercato con gli elicotteri e con i cani, da Cosenza a Crotone. Poi qualcuno ha segnalato ai carabinieri del comando provinciale di Crotone la presenza di un’autovettura completamente divorata dalle fiamme in località “Campodinari”, un’impervia zona di campagna in territorio di Caccuri. Era la Jeep Cherokee di Antonio Silletta, nel cui passato figurava un arresto per spaccio di droga avvenuto nell’ormai lontano 1997. Evidentemente aveva fatto “strada” ma aveva anche pestato qualche piede ed era arrivata la condanna a morte.

La scoperta del cadavere fece morire di crepacuore, poche ore dopo, la madre della vittima. E presto scriveremo di altri misteriosi omicidi avvenuti nella Sila cosentina, da anni feudo della ‘ndrangheta crotonese.

Gaetano Covello di Petilia Policastro, Paolo Conte, fotografo di origine napoletana, Giuseppe Loria, inghiottito dal nulla nel settembre 2005.

E non è finita qui.