Sandro Principe, il Cinghiale e i piazzisti dell’antimafia

Principe e il "pentito" Cavalcanti

E’ antipatico, è arrogante  ma è sicuramente un Uomo. Con la U maiuscola.

Sarà la magistratura a dirci la verità sulle accuse che sono cadute addosso a Sandro Principe. Saranno i giudici a dirci se nella sua attività politica ha abusato del suo potere e lo ha messo al servizio della criminalità.

Certo, lo sviluppo urbanistico di Rende l’ha mandato avanti con un “sistema” molto simile a quello di altre illustri e chiacchierate città, ma, almeno per ora, l’edilizia rendese non è finita nel tritacarne della DDA di Catanzaro. E la mafiosità legata solo alle cooperative Principe, com’è giusto da parte sua, la contesta con tutte le sue forze.

Sandro Principe aveva scelto Ten nel mese di luglio dello scorso anno per la sua prima “vera” intervista dopo i duri mesi passati agli arresti domiciliari. Non c’è voluto molto per chi lo intervistava a focalizzare l’aspetto-chiave della questione. Perché il suo grande accusatore, Vittorio Cavalcanti, lo ha sacrificato alla DDA? E, soprattutto, da chi è stato manovrato?

Principe è stato attenzionato dalla DDA (e quindi anche intercettato) dal 2007, da quando una serie di media vicini al Cinghiale, al secolo Tonino Gentile, hanno cominciato a martellare con le storie “mafiose” di Rende. Storie che, per carità, avevano ragioni e fondamenti e che hanno eliminato due politici molto vicini a lui come Umberto Bernaudo e Pietro Ruffolo.

adamo-minniti-Principe, inutile girarci intorno, all’inizio è stato “salvato” dallo stato maggiore del PD: Marco Minniti in primis ma anche Nicola Adamo e consorte. E poi ha indicato come suo successore Vittorio Cavalcanti. Ed è proprio qui che casca l’asino.

“Mi avevano detto che Cavalcanti non era proprio il soggetto ideale per quello che volevo – ha sottolineato – ma mi fidavo di lui. Quando poi ho capito che la sua personalità “soffriva” per la mia presenza, non sono più andato neanche al Comune e questo è stato il mio più grande errore. Non solo perché così ho tradito la fiducia di tante persone che mi avevano sostenuto ma anche perché in quei mesi, giocoforza, è nata quella architettura politico-giudiziaria che ha dato il via libera all’operazione contro di me. Del resto, il commissario che ha preso in mano il Comune di Rende è uno stretto collaboratore del ministro dell’Interno Alfano e sapete tutti chi sta con Alfano in Calabria…”.

cinghiale alfanoPrincipe non fa il nome del Cinghiale ma in quei pochi secondi nei quali sembra quasi che stia per farlo, il gelo nello studio televisivo dove sta parlando si avverte nitidamente. E i due giornalisti che lo intervistano, che potrebbero cogliere la palla al balzo per far uscire fuori la “notizia”, come da copione consolidato, cambiano discorso. Non solo fermano Principe che sta dicendo la verità e sta dando loro il “titolo principale” ma si autocensurano, si tagliano i coglioni (scusate il francesismo ma quannu ci vo ci vo!).

Io stesso, già nel 2007, avendo capito l’aria che tirava e trovandomi a lavorare in un media che si stava prestando alle manovre del Cinghiale contro Principe, gli dissi con chiarezza qual era il progetto di Tonino il furbo. E lui, fiutando il marcio, mi venne incontro dicendomi di abbandonare quel media (che era La Provincia cosentina), di non mettermi con quella gente e di andare a svernare per un anno, come consulente, proprio da lui al Comune di Rende (c’era Bernaudo, che era lo stesso).

E’ stata l’unica volta che un politico mi ha “concesso” un incarico istituzionale e non me ne sono mai pentito. Perché non sarei mai riuscito a lavorare sapendo di essere funzionale a Tonino il Cinghiale. E tra i due, Tonino e Sandro, non c’è paragone. Uno è quello che è. Principe, pur con tutti i suoi difetti, rispetto al Cinghiale è oro prezioso.

Sandro Principe, poi, non è un ipocrita e così a quei due piazzisti dell’antimafia, Attilio Sabato e Arcangelo Badolati, che lo stavano intervistando, gliele canta di brutto. Perché comunque agitano sempre la figura di ‘sto Cavalcanti, che è chiaramente il “pentito” della situazione e, ad un certo punto, quasi quasi se la chiamano loro stessi la mazzata in testa.

I due, senza averne neanche un’unghia, si atteggiano a Pippo Fava e Mauro De Mauro de noantri ma ad un certo punto Sandro “cia cantatu a pampina“.

“Lei, signor Badolati, non è lo stesso che, quando ero assessore regionale alla Cultura, è venuto a chiedermi di  finanziare alcuni suoi progetti? E lei, signor Sabato, non è lo stesso che mi ha chiesto decine di favori, sempre ottenuti?”.

Insomma, questi avvoltoi che dicono di combattere la mafia e ci fanno invece i soldi con libri pagati dai contribuenti (la Camera di Commercio di Cosenza ai tempi di Gaglioti impegnò 20 mila euro per acquistare un loro “bestseller”!) hanno avuto quello che si meritavano.

Pur di non far uscire fuori le responsabilità politiche dei guai giudiziari di Principe, hanno preferito prendersi le randellate di Sandro ed evitare quelle (ben più pesanti) del Cinghiale, che quando è ferito (Umbertino docet) è imprevedibile.

Viva la pavidità. E, naturalmente, il conto in banca.

Questo è il livello del giornalismo a Cosenza. Più sono ricchi e più non si saziano.

Gabriele Carchidi