Solo un nuovo modo di costruire potrà salvarci (di Lia Celi)

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di Lia Celi

L’estate delle “cicciottelle”, del Pokemon Go e delle polemiche sul burkini sembra già appartenere a un’altra epoca, lontanissima.
Un’epoca quasi felice in cui ci si poteva occupare, e molto seriamente, di frivolezze quando non di cazzate.
Di un aggettivo da cancellare e non di un terremoto che ha cancellato interi paesi, di mostriciattoli virtuali catturabili col cellulare e non di cellulari che squillano sotto le macerie, della lunghezza di un costume da bagno e non di quella, molto più scandalosa, di una lista di vittime.

UNA FAGLIA INCOLMABILE. Quaranta secondi hanno creato una faglia incolmabile nell’estate italiana 2016, spezzandola in due.
Due zolle che non cozzano fra loro come quella europea e quella africana nel cuore montagnoso dell’Italia centrale, anzi, si allontanano rapidamente l’una dall’altra, una ormai alle nostre spalle in un passato che appare improvvisamente più semplice e luminoso, l’altra già in un futuro freddo e buio come un inverno.
In Italia purtroppo non occorre la memoria lunga dei vecchi per ricordare altri terremoti disastrosi.
Basta avere poco più di vent’anni per ricordarne chiaramente almeno due, quello dell’Aquila e quello emiliano.

GRANDI PROMESSE E SPECULAZIONI. Chi ne ha cinquanta ha il problema opposto: ne ricorda troppi – forse non quello del Belice, ma quelli del Friuli, dell’Irpinia, dell’Umbria, delle Marche, della Puglia… – e rischia di confonderli.
Anche perché, come i terremoti, da noi anche i dopo-terremoto si assomigliano, nel bene (ondata di emozione, cordoglio, catena di solidarietà) e soprattutto nel male: dichiarazioni di circostanza, grandi promesse, caduta dell’attenzione dopo i primi giorni concitati raccontati minuto per minuto dai media, speculazioni finanziarie e politiche.
Forse l’unico cambiamento effettivo è che nessun imprenditore scoppia più a ridere scompostamente alla notizia di un terremoto, lo fa sottovoce e soprattutto non va a raccontarlo al telefono. E dico forse perché ancora non girano intercettazioni.

L’inevitabile coro «ci vuole la prevenzione»

Più inevitabile dello sciame sismico dopo la scossa principale, il coro «ci vuole la prevenzione».
E solo i ventenni che hanno in memoria solo uno o due terremoti possono non provare un misto di esasperazione e disgusto. Perché a quarant’anni dal terremoto del Friuli, quando fu inventata la Protezione civile, l’unica vera protezione, cioè mettere in sicurezza le abitazioni nelle zone ad alto rischio sismico, è ancora una chimera.
A differenza dell’acqua nelle inondazioni e del fuoco negli incendi, il terremoto non ha mai ammazzato nessuno. A ucciderti è il tetto sotto cui abiti, che ti crolla addosso, il pavimento su cui cammini, che ti cede sotto i piedi, le mura domestiche trasformate in frana mortale.
Eppure a tutt’oggi non esiste ancora un vero censimento delle costruzioni nelle regioni sismiche (praticamente tutte, tranne la Sardegna) e tre quarti degli edifici non sono fatti per resistere a un terremoto, o perché troppo antichi o perché costruiti da gente che ride dei terremoti.

A VOLTE NON SERVE NEMMENO UN SISMA. E non mi riferisco solo agli imprenditori senza scrupoli, ma a tanti di noi che ragionano come i due porcellini sciocchi della favola: ci facciamo le case di paglia o di legno perché costa meno, si fa prima e sono più pittoresche, suvvia, chi ha paura del lupo cattivo?
Poi il lupo arriva da sotto terra, gli basta dare una scrollata e la casa non c’è più.
A volte non c’è nemmeno bisogno del sisma-lupo: nel 1998 a Roma una palazzina in via Villa Jacopini venne giù come un castello di carte uccidendo 27 persone, di cui cinque bambini.
Colpa soltanto di «decisivi difetti strutturali», ha stabilito qualche mese fa la Cassazione. «Stressato» era invece, secondo i periti della procura, il palazzo collassato qualche mese fa sul Lungotevere Flaminio, che solo per miracolo non ha provocato una strage.

TROPPI EDIFICI DIFETTOSI. Il terremoto che ha devastato il Centro Italia si è sentito forte da Roma fino alla Romagna: quanti edifici «strutturalmente difettosi» o «stressati», case, ospedali, scuole edificate negli ultimi sessant’anni sono ancora in piedi, apparentemente intatte ma più vulnerabili?
«Una vera ricostruzione», ha promesso Matteo Renzi, alla difficile ricerca di una personale interpretazione nel ruolo toccato a quasi tutti gli ultimi inquilini di palazzo Chigi, da Prodi a Berlusconi a Monti: quello del premier che deve gestire un’emergenza terremoto.
Cosa significa «vera» è tutto da capire: si spera che non sia solo un no alle fallimentari «new town» berlusconiane dell’Aquila.
Perché sì, ci sono da ricostruire Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto. Ma soprattutto c’è da costruire un nuovo modo di costruire, più responsabile e sensato.
Impresa molto più difficile in un Paese che protegge i suoi ragazzi solo insegnando loro come si evacuano scuole fatiscenti, e non costruendogliene di più sicure.