Stefano Dodaro, il braccio armato di Morrone

Il solito Dodaro

Ennio Morrone, a un certo punto della sua valutazione sulla sanità, aveva deciso che quella struttura di Padre Fedele Bisceglia, l’Oasi Francescana, sarebbe stata perfetta per una clinica.

Ma c’era un problema: come “eliminare” Padre Fedele? Morrone è certamente uno degli ispiratori del complotto contro il Monaco, anche se alla fine non riuscirà a coronare il suo piano di impossessarsi della struttura. Che comunque passerà di forza e prepotenza, senza nessun fondamento come ha dimostrato 10 anni dopo la Cassazione, ai papponi della diocesi di Cosenza.

Il suo braccio armato? Manco a dirlo. Stefano Dodaro, poliziotto, all’epoca capo della Squadra mobile, suo genero, il marito della figlia, Manuela, giudice civile al Tribunale di Cosenza.

Suor Gianna Giovannangeli, superiora di suor Tania, l’accusatrice di Padre Fedele, ha avuto modo di dire che le minacce scritte su alcuni fogliettini di carta, stile “pizzini”, sono state trovate nella sede romana delle religiose, dove risiede la suora, due giorni prima di una delle udienze del 2006.

Su questi bigliettini mani anonime hanno scritto alle suore di non presentarsi al processo per deporre contro Padre Fedele. “E’ scaduto il termine – si leggeva in uno dei bigliettini -: se andate al processo vi ammazziamo”. E’ stato l’ultimo di una lunga serie di “pizzini” che sconosciuti hanno messo nella buca delle lettere, sulle finestre e sotto la porta d’ingresso della residenza romana delle suore francescane. Un particolare, quest’ultimo, davvero paradossale: com’è possibile che delle persone siano riuscite ad entrare in un posto descritto come ben protetto e posizionare con tranquillità i loro biglietti di minaccia sulle finestre (tra l’altro molto alte) e sotto le porte?

L’investigatore più attivo è stato Stefano Dodaro, all’epoca dirigente della squadra mobile di Cosenza, che è stato ascoltato a più riprese in qualità di teste dell’accusa.

Del resto, in questa storia sembra proprio che parta tutto da lui.

dodaro

Cosa ci faceva Dodaro allo Sco di Roma a raccogliere la testimonianza della suora? Chi l’ha informato? E perché è andato proprio lui? Ha ricevuto qualche preciso ordine da parte di una classe politica che vedeva Padre Fedele come il fumo negli occhi perché aveva realizzato una struttura gioiello come l’Oasi con i soldi dei cosentini?

E perché ha consegnato, misteriosamente e fuori da ogni logica, il plico che lo dipingeva come un criminale al magistrato Curreli dopo soli due giorni e contro ogni disposizione del Codice di procedura penale? E dove sta scritto che a un poliziotto, per quanto potente e “politicizzato” come il signor Dodaro, sia consentito di “invitare” un giudice (guarda caso lo stesso che ha indagato sui no global…) a emanare disposizioni restrittive?

Forse perché ha scritto (o forse sarebbe meglio dire gli hanno scritto…) un libro sulla mafia? O forse perché si faceva vedere, con la gentile consorte, la figlia di Ennio Morrone, alle conferenze di qualche cardinale a Roma? Queste cose ancora oggi, e sinceramente non capiamo perché, non si possono sapere.

Dodaro ha dimostrato un accanimento senza precedenti nei confronti di Padre Fedele e, invece di dare risposte sui suoi ispiratori e sulle modalità quantomeno singolari delle sue “capatine” a Roma per trovare suor Tania, ha cercato di pescare nel torbido in tutti i modi.

Dodaro ha detto, non nascondendo il suo stupore (!), che le prime minacce risalivano addirittura a pochi giorni dopo la presentazione, da parte della suora e della sua superiora, della denuncia allo Sco (Servizio centrale operativo) di Roma. Si trattava di due sms. Uno risaliva al 19 ottobre 2005, alle 9.56. Nel messaggio si leggeva: “Stai attenta a quello che fai siamo molto vicini”.

11204446_1595238524079594_1336201206683904170_n

In un altro, giunto alle 10.53 del 28 ottobre successivo, si leggeva: “Ritira la denuncia siamo sempre più vicini”. Tali messaggi, ha detto ancora Dodaro, furono inviati da una cabina telefonica. Il primo da una cabina di Anzio, il secondo da una cabina di Roma. In tutti e due i casi l’anonimo sarebbe stato a pochi metri di distanza dalla casa dove in quel momento era ospite la suora (anche le cabine…).

Secondo lo zelante ex vicequestore, dunque, ci sarebbe stata gente che in tempo reale è venuta a conoscenza che la religiosa aveva appena accusato Padre Fedele. Un particolare che Dodaro non è riuscito a spiegarsi, considerato che sin dall’inizio, considerata la delicatezza della vicenda e i suoi protagonisti (un frate e una suora), gli investigatori si mossero con assoluta discrezione.

E’ del tutto evidente che la storia dei “pizzini” è una montatura per dare credito a chi vedeva il “mostro” in Padre Fedele e la “vittima” nella povera suora. Dodaro, d’altra parte, sembrava molto preoccupato della credibilità della sua “creatura” anche nell’immediatezza dell’arresto di Padre Fedele.

VERISSIMO

Parlando ai microfoni di “Verissimo”, giurava sulla sua attendibilità e ricordava (cosa non si fa per il dovere!) di essere stato il primo ad ascoltare le sue denunce.

Dodaro era ingrugnito perché qualcuno aveva osato scrivere che a suor Tania piaceva la lingerie, uscire di notte e frequentare giovani rumeni. E così aveva dato il meglio di se davanti alle telecamere di Canale 5.

“Questo tentativo di screditarla – aveva detto Dodaro – mi ferisce moltissimo. Suor Tania è una persona mite e umile, moralmente ineccepibile. Secondo me anche nella difesa ci dev’essere dell’etica professionale. Certo, ognuno fa il suo lavoro ma parlare di complotto mi pare fuori luogo…”.

Forse sarà stato per questo che qualcuno molto vicino a Dodaro consiglia alla superiora Giovannangeli di riferire in dibattimento ulteriori particolari, secondo lei attestanti l’avvenuta deflorazione. Pare che suor Tania le disse che nel maggio del 2005, proprio a seguito di una violenza, temette di essere rimasta incinta.

Ma gli esami (e che ve lo diciamo a fare?) diedero esito negativo…