Sua Maestà Franco Muto, i cetraresi e certi magistrati (di Francesca Lagatta)

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Franco Muto, classe 1940, indicato dalla magistratura come uno dei dieci boss più potenti della ‘ndrangheta, da oltre 30 anni e fino a pochi mesi fa ha regnato incontrastato su tutta l’area del Tirreno cosentino anche e soprattutto grazie al suo consenso popolare. Senza se e senza ma.

Contrariamente a quanto vorrebbero far credere certi odierni letterati delle teorie dal retrogusto meridionalista, contrariamente all’indignazione di certi calabresi a cui si fa notare che per rimanere estranei al sistema della criminalità organizzata non è sufficiente non prendere parte alle attività illecite.

Succede sempre così, succede che laddove lo stato è assente e la cultura del denaro e del potere sovrasta quella dei libri e delle conoscenza, la malavita la fa da padrona.

“Finché dura Franco Muto si sta tutti bene!” diceva ai microfoni nascosti di Antonio Crispino un cetrarese che invece a telecamere accese aveva dichiarato di non sapere neanche chi fosse. Come dicono pure quei grossi politici che lo frequentano, quei medici delle cliniche private che se la spassano con caviale e champagne sugli yachy al porto e quei tanti pudici amministratori locali che si rivolgono a lui per ottenere favori. E voti.

Eppure molti cetraresi pensano che sia solo una vittima di certe malelingue e di certa magistratura. Eppure molti magistrati lo hanno assolto e persino risarcito dei danni.

Eppure di Franco Muto, detto anche Ciccio “ù luongu”, ma conosciuto negli ambienti come il “Re del pesce”, si sa davvero tutto. O quasi. L’appellativo regale se l’è guadagnato gestendo in esclusiva il traffico e il commercio del pesce che, tuttora, viene smistato dal porto di Cetraro e distribuito da Amantea (Cs) a Lagonegro (Pz).

Ma il suo nome è legato anche a omicidi, spaccio di droga, che passa sempre dal medesimo porto e prosegue al largo di tutte le coste altotirreniche, all’usura e all’estorsione, come è emerso anche dalla recente inchiesta “Plinius” e ai fatti relativi alle navi dei veleni di Cetraro, che, secondo il pentito Francesco Fonti, furono affondate su autorizzazione e per volere della ‘ndrina locale.

Un controllo totale del territorio, quello del clan Muto, che ha trovato supporto in un sistema ramificato in cui gli sgherri vengono piazzati nei punti strategici per controllare gli affari da vicino, soprattutto quelli legati alla proficua attività dello spaccio di droga, anche in una cittadina apparentemente sgombera da ogni qualsivoglia forma di organizzazione criminale, come quella di Praia a Mare (Cs).

Un sistema perverso e criminale che garantisce però stipendi e posti di lavoro che lo Stato qui non ha mai saputo garantire. Un’istituzione vera e propria, quella dei Muto, che sostituisce e surclassa una classe politica dirigente interessata principalmente a procacciarsi voti e a barcamenarsi tra le stanze segrete della massoneria deviata e la magistratura corrotta.

Oggi come ai tempi dei primi, timidi approcci con la cosca cosentina dei Pino-Sena, allora impegnati nella faida sanguinaria che li vedevano contrapposti ai Perna-Pranno-Vitelli. Per questo, la scalata al potere di un giovane Franco Muto, smessi i panni dell’imbianchino, del fruttivendolo e del calzolaio, è stata rapida e senza mai una battuta d’arresto.

E da allora, nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80, non è cambiato nulla.

I ricambi generazionali, una maggiore informazione e la lotta all’omertà non hanno scalfito neanche un po’ quella sorta di timore misto a riverenza che la gente comune e quella che vive ai piani alti della società nutre ancora nei confronti di chi detiene soldi e potere. Oggi, infatti, la cosca continua indisturbata la sua attività, conservando l’esclusiva sugli affari di tutto il territorio altotirrenico, col beneplacito della gente e il favore di certe Procure. Che, com’è noto, preferiscono occuparsi dell’oscuramento dei siti di informazione che causano stress e ansia ai politici oggetto di alcuni articoli, piuttosto che verificarne la veridicità dei contenuti. E la malavita ringrazia.

Francesca Lagatta

A luglio 2016 ci siamo svegliati con l’operazione Frontiera e ne abbiamo conosciuto i dettagli.

Abbiamo provato a chiedere a Luberto e a Gratteri cosa ne pensassero di certi loro colleghi che finora hanno sfacciatamente sponsorizzato Franco Muto.

In un primo tempo non c’è stata risposta, poi dopo qualche mese è uscito fuori che Muto condizionava tutti gli appalti della provincia di Cosenza… Domani speriamo che possano dire che i politici andavano in ginocchio da lui e dopodomani che i magistrati di Paola erano affiliati al suo clan esattamente come don Ernesto Magorno.

Tanto, il tempo è galantuomo.