Sulle origini della mafia solo una montagna di cazzate (di Claudio Dionesalvi)

Marta Maddalon smaschera l’invenzione letteraria che ha generato le presunte nobili e antiche radici delle odierne organizzazioni criminali.di Claudio Dionesalvi
Giuro su questo pugnale d’omertà con la punta bagnata di sangue e davanti l’onorata società organizzata e fidelizzata di adempire a tutti i miei doveri ed a tutti quelli che mi vengono ordinati e se necessario anche col mio sangue”. Così recita il codice di giuramento sequestrato a Lamezia, uno dei tanti ritrovati dagli inquirenti, inseriti nei fascicoli processuali, riportati sui manuali pubblicati negli ultimi anni.
Mafiologi e superprocuratori farebbero bene a occuparsi solo del contrasto alle odierne organizzazioni criminali. A volte, scrivendo libri di storia delle mafie ed ergendosi a studiosi, combinano disastri culturali che finiscono per alimentare la mitologia dei clan. Al contrario di quanto sostengono eminenti sociologi del crimine, infatti, non è vero che la mafia avrebbe origini spagnole. I famigerati cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso, considerati antenati illustri degli odierni malandrini, non sono mai esistiti e non hanno alcun ruolo nella tradizione orale dei canti popolari calabresi. E la Garduña, la mitica società segreta che avrebbe generato camorra e ‘ndrangheta, è solo un’invenzione letteraria.
Sono le prime conclusioni cui si giunge dopo aver letto il libro della professoressa Marta Maddalon, “I Fidelizzati”, analisi etnolinguistica di un fenomeno criminale (Edizioni dell’Orso). In questo suo nuovo studio, Maddalon, glottologa e linguista, veneta migrata in Calabria, autorevole studiosa degli assetti ideologici legati al linguaggio, esplora la questione dell’identità con particolare riferimento all’analisi del mito fondativo. Risalendo alle fonti di tanta sociologia sulle mafie, analizza uno dei riferimenti più importanti dei vari saggi sulla camorra, “Misterios de la Inquisición de España”, del 1845, tradotto due anni dopo in Italia. Qui, in una nota, appare la Garduña.
Il problema è che si tratta di una narrazione romanzesca priva di alcun fondamento reale. E gli autori, Victor M. de Féreal, Manuel de Cuendias e Madame de Suberwick sono scrittori coperti da pseudonimi, una specie di WuMing del XIX secolo, con la differenza che il noto collettivo di scrittori contemporanei ci ha abituato a romanzi ambientati entro cornici storiche verificate con scientifica meticolosità, invece questi presunti loro antesignani dell’800 avevano tanta ma davvero tanta voglia di scherzare e lasciavano che fosse la fantasia a prevalere sulle fonti storiografiche.
Ed è proprio lo stesso testo dei Misteri, riletto bene, a sconfessare un’altra presunta fonte attestante la presenza in Spagna, all’inizio dell’età moderna, di organizzazioni classificabili in qualche modo come progenitrici della malavita italiana: la novella “Rinconete y Cortadillo” del grande Cervantes. Nella nota critica contenuta nei Misteri, il bandito Monipodio, in cui i moderni commentatori individuano il prototipo dell’odierno mafioso, è definito “deliziosamente grottesco – oscenamente pittoresco”, dunque anch’esso privo sia di autorevolezza sul piano delinquenziale sia di attinenza con una sostanza storica documentabile. La professoressa Maddalon si è spinta oltre, sulle tracce della prima apparizione del termine, individuandolo in “La Garduña de Sevilla y anzuelo de las bolsas” di Alonso de Castillo Solórzano, del 1642. Anche in questo caso, nessun riferimento a fantomatiche sette segrete. Garduña è un epiteto attribuito alla protagonista del racconto, e significa ladra, borseggiatrice.
Dunque i codici mafiosi si basano su una mitologia costruita ad arte, gonfiata da una sociologia mafiologica facilona e – viene da aggiungere – dalla TV monnezza che immortala i mafiosi come uomini colti, misteriosi e interessanti, propinandoli in prima serata a orde di adolescenti che ne assimilano gerghi e movenze. Ciascun codice della malavita è “un insieme regolamentato e condiviso di rimandi a elementi extralinguistici”, contiene dei cerimoniali organizzati sul modello politico delle sette segrete esistenti nei ceti aristocratici e borghesi, scimmiotta i rituali delle massonerie. I rimandi a una religiosità posticcia confermano la volontà di costruire un’aura di sacralità intorno agli adepti: “A nome di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre e di nostro Signore Gesù Cristo e di noi tutti saggi fratelli presenti e assenti…”, recita il codice di Pellaro. Il tentativo di attribuirsi un’origine misteriosa, esoterica e nobile, trova alleati inconsapevoli nel fiume di pubblicazioni sfornate in questi anni.
Allora viene da chiedersi quali siano le vere origini delle mafie. La risposta si colloca in una dimensione storico-antropologica e l’ha fornita un altro linguista, John Trumper, dalle pagine de “il manifesto”, in un’intervista pubblicata nell’edizione del 18 agosto 2011. La ‘ndrangheta è un surrogato del potere costituito. Si origina nel cuore del medioevo, nel sud della penisola italiana; è una risposta all’assenza di governo nella fase di transizione tra il dominio bizantino e quello normanno, uno strumento di coesistenza coatta giustificabile all’epoca, ma non oggi.
Ecco perché, nello smascherare la costruzione artificiosa di questo immaginario, lo studio della professoressa Maddalon fa il paio con un altro importante libro scritto in tempi recenti: “Al posto sbagliato”, storie di bambini vittime di mafia, di Bruno Palermo (Rubbettino editore). Ricostruendo le tragedie di 108 giovanissime vittime della violenza malavitosa, il volume abbatte il mito della mafia “onorata”, cui tanti allocchi riconoscono un fantomatico rispetto delle donne e dei più piccoli.
Due lavori distinti, quelli di Maddalon e Palermo, accomunati da un’unica certezza: la mafia è stata e rimane una montagna di… cacca. Per il lettore ardito ne consegue che questa montagna annienta soprattutto migliaia di vite giovani, sotterrandole nelle carceri e nei cimiteri. E spesso pregiate intelligenze votate alla cosiddetta legalità, contribuiscono ad alimentare il cumulo fecale. Il miglior menestrello della mafia è la sociologia antimafia.
Claudio Dionesalvi
(nell’illustrazione in alto: Don Chisciotte osserva con espressione ironica il bandito catalano Perot Rocaguinarda. Nella foto: Marta Maddalon e John Trumper)