Viaggio nell’Africo delle “Anime Nere”

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Da qualche settimana è tornato in libreria, a quarant’anni dall’uscita e grazie alla ristampa de Il Saggiatore, “Africo”, libro-inchiesta di Corrado Stajano. Partendo dalla storia di un villaggio dell’Aspromonte, il grande giornalista ripercorre la mutazione della ‘ndrangheta, il suo venire a patti con poteri più o meno occulti trasformandosi in una grande holding del crimine: ramificata nel mondo e allo stesso tempo radicata localmente. È una storia attualissima e ancora piena di suggestioni, che ho incontrato qualche anno fa, quando mi sono messo in testa di scrivere un racconto-inchiesta camminando a piedi per la Calabria (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=8338)

C’è un prete, ad Africo, si chiama don Giovanni Stilo. È il pastore che conduce la comunità di Africo dal vecchio paese colpito da un’alluvione nel 1951 al nuovo insediamento. Un esodo ricorrente, che abbiamo visto tante volte nelle terre franate ed erose non solo di Calabria. Africo in quegli anni diventa un laboratorio ante litteram di quella che Naomi Klein chiamerà, a proposito dell’alluvione di New Orleans, shock economy. Don Stilo è molto amato dagli anticomunisti più convinti e ha frequentazioni vicine alla massoneria. Ad esempio, quando nel 1968 gli studenti di estrema destra occupano l’università di Messina, chiedono che proprio il prete di Africo venga nominato commissario dell’Ente per il diritto allo studio. Sono gli anni della rivolta di Reggio, nei quali i fratelli De Stefano e il comandante Junio Valerio Borghese stringono il patto golpista tra ‘ndrangheta ed eversione nera. E Franco Freda, grande vecchio del neofascismo ricercato per la strage di piazza Fontana, viene nascosto nel reggino. Don Stilo lavora affinché le lotte degli abitanti per la ricostruzione si trasformino in nuove forme di servitù, tesse attorno agli aiuti e al diplomificio di una scuola privata una rete di interessi e clientele che porta a far ritenere proprio lui, il pastore delle anime africote sfollate, il simbolo del radicamento della nuova ‘ndrangheta. Viene condannato in diversi processi, per uscirne pulito nei gradi successivi di giudizio. Chiede che il libro di Stajano venga ritirato dal commercio, ma perde la causa.

Fino agli anni Sessanta, la ‘ndrangheta è un’organizzazione tutt’altro che unitaria, fatta di gruppi locali che per la gran parte sono allergici ai partiti al potere. È una diffidenza che proviene dai tempi del fascismo e del confino agli ‘ndranghetisti. Poi qualcosa comincia a cambiare. Troppi interessi cominciano a confluire. Troppi soldi arrivano da Roma, qualcuno deve spenderli e gestirli. Troppo utile è la ‘ndrangheta in funzione reazionaria, di disciplinamento e mantenimento della pace sociale. Nella locride si incrociano nuovi business, servizi segreti, neofascisti e potentati di governo. Sono gli anni dell’operazione Blue Moon: come è già avvenuto nei ghetti americani bisogna portare le droghe pesanti presso i giovani italiani.

Il primo morto di overdose si registra ad Udine nel 1974. Nell’agitato Settantasette, i tossici abituali sono già 20 mila. Se ne conteranno 300 mila all’inizio degli anni Ottanta. A ostacolare questa mutazione, i giovani ribelli di Africo Nuovo. Tra loro c’è Rocco Palamara, africota figlio di africoti emigrati a Milano a fare i fornai. Rocco ha deciso di tornare al paese e qui aveva portato idee e storie che venivano da posti lontani che sembravano vicini, di periferie che parlano ad altre periferie o di ribellioni che sono la stessa rivoluzione. La lunga marcia contadina di Mao e l’autodifesa delle Black Panthers negli Stati Uniti. Rocco e i suoi compagni subirono diverse minacce, decisero di organizzarsi e di girare armati. In quegli anni, da quelle parti, era normale girare armati. Funzionava da deterrente. Il cognato di Rocco Palamara, Turi Barbagallo, viene ucciso.

I due fratelli di Rocco, invece, vengono condannati a cinque anni, accusati di aver compiuto un attentato. Ma negli anni Novanta, il giudice che li ha dichiarati colpevoli viene cacciato dalla magistratura dopo essere stato condannato per mafia. Rocco dopo due arresti, un’evasione e qualche pistolettata data e presa, è costretto ad abbandonare Africo, supportato dalla solidarietà dei movimenti.

Ecco un’altra ragione dell’interesse di questa storia. Né Rocco Palamara né Turi Barbagallo, che pure è stato ucciso, figureranno mai tra gli “eroi” ufficiali dell’antimafia, tra le icone da snocciolare. Il motivo è semplice: non hanno mai accettato di farsi vittime. Dunque, nessuno può addomesticarne la figura. Ci avete fatto caso? La storia corrente dell’antimafia è raccontata soltanto da vittime, sconfitti, gente alla quale la sconfitta ha conferito un’indiscussa autorevolezza morale. Questa è una storia diversa, talmente eterodossa che in pochi – dopo Stajano – l’hanno ripresa in mano per farci i conti fino in fondo. Non c’è vittima imbelle, nella vicenda di Africo: Rocco e i suoi compagni cercarono di difendersi e di passare all’attacco. Sono sconfitti ma non accettano mai, non lo fa neanche tutt’ora Rocco – di essere vittime. Per questo sono spariti dalle narrazioni ufficiali.

Di Africo si è parlato di nuovo in questi anni, grazie ad “Anime Nere” (Rubbettino), il bel romanzo di Gioacchino Criaco le cui atmosfere hanno ispirato l’omonimo e pluripremiato film di Francesco Munzi che adesso diventerà una serie televisiva. La storia di queste terre non appartiene al folklore locale alla cronaca criminale. Estende reti economiche e criminali dappertutto, abbraccia i flussi globali. E soprattutto, i conflitti che l’hanno scossa e le vite che ancora la animano evocano temi universali.

Giuliano Santoro