Villani, il killer dei carabinieri: “Ci fu una riunione tra ‘Ndrangheta e Cosa nostra”

Graviano e Filippone
Il pentito svela gli intrecci di potere: “Per essere ndranghetisti al 100%  bisogna essere massoni”

di Francesca Mondin

Fonte: Antimafiaduemila

Giuseppe Calabrò venne e mi disse: ‘Dobbiamo uccidere dei carabinieri, vieni con me?’ aggiungendo di non parlare con nessuno”. Entra subito nel vivo del processo ‘Ndrangheta stragista, Consolato Villani, oggi collaboratore di giustizia, in passato ndranghetista e killer, assieme a Giuseppe Calabrò, dei carabinieri Garofalo e Fava rimasti uccisi nell’attentato del 18 gennaio 1994. Più tardi, quando Villani salì di grado dentro la gerarchia mafiosa, gli avrebbero raccontato “che c’era stata una riunione nella piana di Gioia Tauro su questi fatti, prima di questi fatti, dove si prendevano degli accordi e in cui parteciparono i De Stefano, dei soggetti appartenenti ai Piromallli e capi carismatici di Cosa nostra siciliana”.

Imputati a processo, infatti, sono Rocco Santo Filippone, ritenuto all’epoca vicino alla cosca di ‘ndrangheta dei Piromalli e Giuseppe Graviano, capomafia di Brancaccio ora al carcere duro per le stragi del ’92-’93. Secondo l’accusa gli attentati contro i carabinieri avvenuti tra il ’93 e ’94 in Calabria vanno letti all’interno di un più ampio disegno stragista di quegli anni che doveva destabilizzare il Paese.

Conosolato Villani, all’epoca dei fatti diciassettenne, ieri ha scelto di non avvalersi della facoltà di non rispondere ed ha raccontato la segretezza che aleggiava dietro questi attentati anche negli ambienti mafiosi.
“A me era stato negato di parlare degli attentati da parte di Nino Lo Giudice – ha detto Villani spiegando perchè non raccontò tutto nei 180 giorni seguenti il suo inizio di collaborazione – avevo paura per la mia famiglia”. Nel cercare di capire cosa fosse successo attorno a quegli attentati “cercavo di introdurre l’argomento” con i suoi superiori ma “mi stoppavano”, “Nino mi diceva non dire nulla stai zitto, ti possono ammazzare”.
Nino Lo Giudice, capo dell’omonima cosca sotto la quale stava Consolato Villani, e Giovanni Ghilà però “mi spiegavano che c’erano state delle riunioni tra cosa nostra e ndrangheta e che la ‘ndrangheta in parte partecipò ad alcune azioni ecclatanti”.
“Non mi dissero mai che gli attentati ai carabinieri erano inquadrati in questa strategia – ha specificato il pentito -, ma “mi hanno raccontato che Riina voleva portare la ‘Ndrangheta affianco a Cosa nostra a partecipare alle stragi che erano già state pensate”. “Dopo l’omicidio del giudice Scopelliti vennero presi degli accordi tra una strettissima parte della ‘ndrahgeta e Cosa nostra per fare delle azioni contro le istituzioni e a queste partecipavano elementi dei servizi segreti deviati che erano artefici in queste azioni”.

Massoneria, servizi segreti e faccia da mostro
Del contatto tra ‘Ndrangheta e servizi segreti deviati gliene avrebbe parlato il suo capo Lo Giudice quando, Consolato Villani entrato nella Società Maggiore con il ruolo di Santista, nel 2004 divenne Vangelista.
“Da lui apprendo che la ndrangheta non era tutto quello che si vedeva – ha spiegato Villani – per essere ndranghetisti al 100% bisogna essere massoni, se non si arriva alla massoneria non è una ‘ndrangheta totalmente autonoma”.
Lo Giudice sarebbe poi entrato nei particolari spiegando che “Ci sono dei soggetti che sono uniti alla ‘ndrangheta, a cosa nostra e alla camorra, soggetti che fanno parte dei servizi segreti deviati, che appartenevano alle istituzioni ma che ragionano contro lo stato italiano, nel senso che sorgono in tutti i posti delle azioni destabilizzanti della Dc”. Ed è qui che il collaboratore sembra fare un chiaro riferimento a faccia da mostro “Nino in poche parole mi indica due soggetti: uno pericoloso, uno straccione, un mercenario brutto, me lo indica nel peggiore modo immaginabile, in compagnia di una donna con capelli lisci e bionda, una coppia terribile”.

Gli attentati e la compiacenza di Rocco Santo Filippone
Lo stesso Calabrò nel 1993, nel coinvolgere Villani negli attentati avrebbe mantenuto un certo riserbo e segretezza: “Non mi diceva tutto e mi aveva detto di non dire nulla a nessuno” ma lui “non poteva deliberare quegli omicidi, – ha spiegato il pentito davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria – c’era lo zio Rocco Santo Filippone secondo me” oppure un certo Mimmo Lo Giudice di Sant’Agostino” con cui “aveva dei contatti”.
Rocco Santo Filippone “all’epoca era il capomandamento tirrenico – ha spiegato il collaboratore di giustizia – e Calabrò lo descriveva come un  grande ndranghetista invisibile, quelli che tutto sembrano tranne ndranghetista, mi diceva che era difficile che lo potessero arrestare perchè si fidava poco e niente e aveva a che fare con poche persone, solo con il vertice che era un circuito chiuso”.
Anche se il pentito ha detto di non essere in grado di dire con certezza se Rocco Santo Filippone ha autorizzato Calabrò negli attentati, ha spiegato che “ci sono delle cose che mi hanno fatto pensare che sia stato lui: siamo andati da lui dopo il primo attentato, non ci toccava nessuno, abbiamo reperito le armi dal figlio di Rocco Santo Filippone… era molto legato al nipote Calabrò Giuseppe e lo stesso quando ha collaborato con la giustizia non ha mai nominato suo zio, ha cercato sempre di riservarlo”. Calabrò infatti ha sempre lasciato da parte lo zio fino a maggio del 2014 in cui aveva ribaltato la versione dei fatti coinvolgendo il cugino e lo zio.

Per poi tornare nei suoi passi anche in seguito ad un feroce rimprovero della madre registrato dalle cimici durante i colloqui in carcere.

I carabinieri Garofalo e Fava

Villani ha quindi raccontato l’incontro avvenuto dopo il primo attentato del 2 dicembre 1993 in cui fortunatamente non venne ucciso nessun carabiniere: “Calabrò mi ha presentato allo zio e poi io sono rimasto un passo indietro ma capisco a grandi linee che Calabrò mi sta indicando come il compagno che lo stava affiancando in quelle azioni. E lo zio si compiacque”.
In seguito a quell’incontro, ha spiegato il pentito, il nipote di Filippone si sarebbe dimostrato più attento all’organizzazione e più spietato nei confronti dei carabinieri: “L’omicidio doveva essere fatto a Bagnara, sotto il mandamento tirrenico e avremmo dovuto caricarci i corpi in macchina una volta uccisi” ha detto il pentito. Invece “non è andato come doveva, perché i carabinieri non si fermarono sulla piazzola dopo svincolo di Bagnara” e i due killer li colpirono affiancandosi in corsa all’auto e uccidendo i due appuntati Antonino Fava e Giuseppe Garofalo.

La Società Maggiore è uno Stato nello Stato
Il duplice omicidio e gli attentati nei confronti dei carabinieri, secondo il racconto di Villani gli avrebbero permesso di scalare velocemente la gerarchia mafiosa ed entrare nella Società Maggiore: “Ho saltato il grado di Sgarrista (passando direttamente a Santista, primo grado della Società Maggiore), questo si poteva fare se c’erano meriti particolari, il mio era che avevo partecipato agli attentati contro l’arma dei carabinieri”.
Il collaboratore di giustizia ha raccontato di essersi reso subito conto di cosa significava essere entrato nella Società maggiore: “La ‘Ndrangheta prima era rudimentale e chiusa in un cerchio, con il grado di santista, che è stato creato con il consenso di Paolo De Stefano uno dei boss più temuti negli anni ’70, viene fuori questa regola che diventa un grado che viene chiamato Santa…e così la ndrangheta può avere contatti, tramite il Santista, con esponenti delle istituzioni, uomini politici, sotto ogni forma”.
Infatti “mi viene detto che la ‘Ndrangheta gioca con tanti mazzi di carte, va a discutere alla pari con le istituzioni, i servizi segreti deviati, i massoni, i politici deviati, è uno stato nello stato, è un antistato”.